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I giganti della montagna

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Luigi Pirandello
Federico Tiezzi
Sandro Lombardi, Federico Tiezzi
Pier Paolo Bisleri
Giovanna Buzzi
Gianni Pollini
Marcello Norberth
Teatro di Roma, Compagnia Lombardi - Tiezzi, Teatro Metastasio Stabile della Toscana
2007
Sandro Lombardi, Iaia Forte, Silvio Castiglioni, Debora Zuin, Massimo Verdastro, Ciro Masella, Roberto Corradino, Alessandro Schiavo, Aleksandar Karlic, Marion D' Amburgo, Andrea Carabelli, Clara Galante

I GIGANTI DELLA MONTAGNA
mito incompiuto di Luigi Pirandello
con un finale di Franco Scaldati

 “…noi, Contessa, siamo agli orli della vita….”

Sul finire della sua vita artistica, Pirandello segna con I giganti della montagna il suo dramma più arcaico: misteriosi elementi fantastici si intrecciano a caratteri di fiaba; elementi della vita si trasfigurano nel ritmo teatrale delle visioni: fino a spingere i protagonisti-attori a chiedersi dove sia la verità. “È nella magia del teatro” risponde il mago Cotrone; “È in noi e nella nostra struttura interiore” risponde più misticamente la Contessa.
Ma noi sappiamo che mettere in scena questo testo oggi, significa soprattutto legarlo alla contemporaneità, alla società attuale, alla nostra storia. E alla storia martoriata di una terra come la Sicilia. Non tanto per ‘rivitalizzarlo’, quanto per misurare la distanza che ci separa da un testo che è già un classico e da un mondo definitivamente perduto.
I giganti della montagna espongono una visione profetica della situazione nella quale il teatro si trova attualmente. I Giganti sono i protagonisti invisibili del testo: rappresentano il potere nella sua materialità, possiedono i mezzi di produzione e li utilizzano per realizzare opere immani, e al tempo stesso esercitano un controllo invisibile attraverso la manipolazione delle coscienze. Ilse, la Contessa, è invece nemica della materialità nell’arte. La sua sapienza e il suo istinto indicano quale potrebbe essere il ruolo del teatro in un mondo dominato dalla vacuità e dall’irrazionalità: quello di riproporre il mistero e la ragione  a una civiltà che ha perso ambedue.
I Giganti e Ilse sono destinati a scontrarsi, e il popolo “omologato” a cui lo spettacolo viene destinato, a sbranare gli attori.
In mezzo al conflitto si erge la figura magica di Cotrone; a lui e al suo pensiero “per immagini” si chiede forse una risposta alla crisi del teatro: il teatro è per coloro che sono disposti a contemplare i misteri del presente, le trasformazioni della realtà e della società.
 
Ultimo testo, e incompiuto, I giganti della montagna affonda le mani in alcuni interrogativi: cos’è l’arte? Quale è il linguaggio che può più di ogni altro combattere l’omologazione e scardinarla? Il cinema, il teatro, la televisione? E qual è il ruolo dell’arte in una società che ha dimenticato la classicità, l’antichità, la polis e soprattutto l’arte della comunicazione teatrale?
Ponendosi queste domande Pirandello lascia aperto lo spazio a risposte che lo spettatore dovrà trovare da solo. Infatti non tutto si è concluso sulla scena, e noi spettatori, abbandonato il teatro, continuiamo a discutere dentro di noi per sapere qual è la verità.
C’è la verità di Cotrone: la salvezza è nel fluire delle immagini... C’è la verità di Ilse: la salvezza è nella sacralità della poesia...
E se avessero ragione i mostruosi Giganti dediti, secondo le parole di Cotrone, all’esercizio della forza in un mondo lacerato e in crisi ma non privo di opportunità?
Certo è nel conflitto tra questi tre diversi ordini in contraddizione che nasce la magia e l’attualità di questo testo.
Lo spettacolo lo racconta utilizzando una fusione di linguaggi: recitazione, musica, arte visiva, cinema, danza saranno gli elementi cardinali intorno ai quali gira il lavoro degli attori e del regista. Un Pirandello giocato secondo i colori e le visioni del Fellini di Otto e Mezzo e soprattutto di Giulietta degli spiriti come quelle letterarie del Pasolini di Petrolio e degli Scritti Corsari.

In un momento in cui la società dello spettacolo sembra voler progressivamente marginalizzare il ruolo del teatro, è con l’intento di ribadirne la centralità e l’insostituibilità culturale che ci siamo rivolti a un testo come I giganti della montagna, che proprio al teatro innalza un canto d’amore appassionato e struggente: un teatro che, con intuizione profetica, Pirandello già vedeva minacciato nella sua natura più intima e più legata alla tradizione squisitamente italiana: un teatro di mirabolanti effetti scenici ottenuti con poveri mezzi da un lato, e dall’altro un teatro la cui sostanza profonda fosse la verità umana dei suoi “personaggi”.

Un luogo psichico più che naturalistico è per Tiezzi la dimensione favolistica ideata da Pirandello per l’incontro quasi mitologico tra la Compagnia della Contessa e quella degli Scalognati. Tiezzi ha usato il testo pirandelliano come una sorta di archetipo attraverso il quale scendere nei meandri più profondi dei meccanismi del teatro, delle sue suggestioni, dei suoi fasti e fallimenti, dei piaceri e dei dolori con cui esso irrompe nelle vite di chi vi si dedica.
Come è noto, Pirandello non riuscì a terminare il suo capolavoro: l’ultima parte non è stata scritta e ne resta una sommaria descrizione dovuta al figlio, che la raccolse dal padre morente. Per questo spettacolo, Federico Tiezzi ha affidato al drammaturgo siciliano Franco Scaldati il compito di immaginare un possibile finale dell’opera.


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